Gazira Babeli
Code Performer
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Intervista a Gazira Babeli
Luca Vaglio, Affari Italiani ottobre 2007
 

Luca Vaglio: La tua esistenza è un tutt'uno con la creazione artistica o distingui tra le attività ordinarie, di ogni giorno e l'arte?

Gazira Babeli: Lavo da sempre i piatti cantando! Scherzi a parte, con gli ingredienti arte-vita, virtuale-reale si rischia di cucinare una zuppa al gusto di luogo comune.Tutte le esistenze artistiche si sviluppano in un contesto di protocolli più o meno definiti e condivisi: modelli culturali, comportamenti, codici e linguaggi. Potrebbe sembrare un'attitudine umana abbastanza virtuale e per nulla nuova. Già a Lascaux, solo un sano neanderthaliano affamato avrebbe potuto dire: 'Sì, che belli sti cavalli, ma mica me li posso mangiare!'. Religione, politica, economia e morale hanno sempre cercato di attribuire all'esperienza artistica un valore reale positivo o negativo, perché questo può produrre un consenso utile e immediato oppure un dissenso... stessa cosa. Personalmente non mi disturba che tutto ciò non abbia né senso né valore, anzi, nel mio piccolo, lavoro perché continui a non averne.

LV: Che processo segui nella creazione artistica? Inizi a manipolare del codice informatico e poi stai a vedere dove ti porta il flusso della creazione oppure sai bene da subito dove vuoi arrivare e cosa vuoi realizzare?

GB: Entrambe. Una svergognata interazione tra processi che una leggenda metropolitana vorrebbe antitetici. Oltre che politicamente, sono concettualmente scorretta.

LV: Ho visto alcuni tuoi video, sono senza audio. Perché hai scelto di non usare suoni?

GB: Sì, alcuni video stanno zitti, atri usano il sonoro con estrema parsimonia. Così sono sicura che non li trasmetteranno mai su Mtv.

LV: Secondo te quali caratteristiche deve avere un'opera d'arte? Novità, originalità o altro?

GB: Boh!? Spariamo qualcosa di altisonante. Deve nascere antica, apparire inedita come una cometa e non invecchiare mai. Lo potrei dire con una parola fuori moda: classica. Ma in realtà non c'è concept che tenga. Alla fine è sempre lo spettatore, tanto più se artista, che decide quando, quanto e come usarla.

LV: Ti piacerebbe curare progetti artistici al di fuori di Second Life, nel mondo reale, anche per mezzo di un collaboratore in carne e ossa? E se sì cosa vorresti fare?

GB: Per 'Nice Quake' ho commissionato ad un gruppo di ingegneri uno studio di fattibilità. Cubi di legno o cemento che, all'approssimarsi di uno spettatore fisico, dovrebbero mettersi a rimbalzare come indemoniati o come fosse un terremoto. Il costo progettazione/realizzazione è altissimo... livello Nasa, ma l'effetto psicologico potrebbe essere abbastanza efficace. Vedremo. Forse preferisco continuare a 'investir denaro in armi e droga piuttosto che in poesia', come Rimbaud.

LV: Puoi fare i nomi di alcuni artisti di ogni epoca che ti piacciono?

GB: Ah, la lista! Non facciamo nomi. Questione di privacy. Vado a letto con molti di loro ed è abbastanza evidente nelle cose che faccio. Però, tutte le volte che sento questo tipo di domanda, il mio subconscio visualizza un immagine decisamente assurda, surreale. Vedo L'Olimpia di Manet e la Primavera di Bouguereau che si guardano e... alla seconda delle due viene la cellulite.

LV: E quali artisti attivi in Second Life ti piacciono? E perché?

GB: Mi piacciono gli artisti che riescono ad ignorare la fascinazione formale del nuovo mezzo e la seduzione retinica dell'ambiente grafico per riflettere su quel che resta: animali, città, cose, persone, usi e costumi... Mi piace Second Front, mi piace Patrick Lichty/Cicciolina, mi piacciono i Mattes, mi piace molto Ian Ah anche se apparentemente ha prodotto solo un paio di opere.

LV: Qual è la tua opera più riuscita? Perché?

GB: In un anno ho realizzato una trentina di opere-operazioni tra loro differenti. Le più riuscite come impatto emotivo sembrano essere quelle che coinvolgono lo spettatore senza chiedergli permesso: "Avatar on Canvas" che lo mette come soggetto del quadro disarticolandone le sembianze, "Second Soup" che lo inscatola perseguitandolo nello spazio della galleria. Vedo, però, che molti amano anche lavori meno interattivi come i "Nudes Descending a Staircase" o la sfida a tennis tra una chitarra e una pala da pizze che dà il titolo alla mostra. Non saprei, personalmente mi sembrano più efficaci se raccolti tutti insieme come opera/mostra "Collateral Damage", appunto. La mostra retrospettiva ha avuto 1.178 visitatori internazionali. Sto riflettendo su questa cifra per nulla virtuale.

LV: Hai in programma novità, cambiamenti nella tua attività creativa? E, se sì, in che direzione andranno? "Nessuna grande novità. Mi piacerebbe girare un nuovo film e forse lo farò. Mi piacerebbe anche organizzare un festival pirata sul cinema di Carmelo Bene. I nordamericani non lo conoscono. Credo che "Nostra Signora dei Turchi" li spiazzerebbe abbastanza.

LV: Le tue opere hanno un mercato? Ne trai qualche forma di guadagno?

GB: Minimo. Non ho nulla contro il mercato, ma nella scala delle mie priorità occupa attualmente il quarto posto.

LV: Come ti trovi a fare parte di Second Front? Incontri periodicamente gli altri componenti del gruppo? Cosa fate insieme, vi scambiate delle idee? Siete amici?

GB: Second Front nasce come gruppo di performer, io facevo opere di tipo performativo e loro mi hanno chiesto di far parte del gruppo. Certo, tra noi c'è confronto e scambio intellettuale. E poi condividiamo preparazione e messa in opera delle azioni. Un lavoro di squadra senza particolari divisioni dei ruoli. Mi piacciono.

LV: Cos'è per te la libertà? Second Life è uno spazio libero?

GB: Libertà è una parola che suona sempre ad alto volume. L'ambiente SL è il prodotto di un'azienda e quindi mi pare fuori luogo parlare di libertà... in questo caso mi pare si dica "qualità del servizio". Però, se decidiamo di considerare gli avatar come persone, e leggiamo una qualsiasi carta dei diritti umani, scopriamo che la parola più adatta è schiavitù. Una persona-avatar non ha effettivamente diritti o proprietà su se stessa o sugli oggetti che produce, appartiene interamente al contesto come uno schiavo. Da tempo, ripeto che la scommessa concettuale più significativa potrebbe essere una dichiarazione dei diritti dell'avatar. Nulla di strano, è già successo in passato.

LV: Un tuo pregio.

GB: Faccio scelte radicali.

LV: E ora, se vuoi, un tuo difetto.

GB: Dicono che faccio scelte radicali.

LV: Da qualche tempo anche in Second Life si sono manifestate condotte devianti: violenza, prostituzione e pedofilia. Quali rimedi si dovrebbero prendere secondo te?

GB: Vedo che la paura continua ad essere il prodotto più venduto sul pianeta! Violenza? Sicuramente non fisica. Prostituzione? Finalmente un mestiere nuovo! Nulla in contrario, anche senza preservativo. Pedofilia? I bambini non ci stanno su SL, giustamente si annoiano dopo dieci minuti. Così i pedofili tornano sul web. Rimedi? Potremmo abolire Internet. Sull'abolizione del genere umano siamo già a buon punto.

LV: Ti sembra che Second Life stia cambiando? E, se sì, cosa si sta avviando a diventare?

GB: Si sta sovrappopolando. A occhio, le zone di terra si sono triplicate nell'ultimo anno. Se continua così dovranno reinventare l'agricoltura per sfamare tutti. Agricoltura open source naturalmente. La terra ai contadini.

LV: E tu cosa cambieresti di Second Life?

GB: Open source mi piacerebbe. Potrei finalmente fare backup sul disco di me stessa e della mia storia. La direzione è necessariamente quella, perché è sempre più pesante per i Linden reggere la rete da soli, ma sarà un processo graduale, lento e molto complesso. Poi, per gli avatar, eliminerei la funzione 'Fly'. A piedi devono andare!.

LV: In Ubik Philip K. Dick racconta un mondo estremo, in cui per fare qualunque cosa, anche uscire dalla porta di casa, bisogna sborsare denaro, monetine. Pensi che gli ambienti virtuali possano, di qui a qualche tempo, essere il luogo dove sperimentare simili esasperazioni, per poi riportarle, magari in forma attenuata, nel mondo reale?

GB: Davo per scontato fosse così già da tempo! Non serve uscire di casa, basta entrare in un bagno. Un corpo per sentirsi visualmente corretto deve costantemente spalmarsi di superstizioni tecnologiche differenziate: viso, ginocchia, gomiti, ascelle, polpacci. Costa caro un corpo al pezzo. Cosa sono i milioni quando in cambio ti danno le scarpe? Questa è già teologia. Dick ha immaginato il futuro meglio di altri perché aveva intuito che la tecnologia non è laica, ma è una forma di religione. Mi stupisce che non abbia inventato un iGod per comunicare con il Dio precario di turno.


 
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